Il faut cultiver notre jardin: Candide et Cacambo dans le pays des Heterodoxes (2/2)


 
L’indomani Candide e Cacambo (la o è accentata) si svegliarono un po’ affaticati, molto assetati e con un discreto appetito. Fatta scorta di vettovaglie, dopo un breve viaggio giunsero a Cerea, seconda tappa della loro missione.
La giornata fu scandita da innumerevoli calici (come largamente testimoniato dal loro diario di viaggio) e moltissimi racconti.
 
 
Cresceva l’irritazione di Candide nei confronti della fotografia di bottiglie e cresceva anche l’entusiasmo di Cacambo, che raggiunse l’apice verso l’ora dell’aperitivo quando la Vecchia Europa si riunì attorno allo stesso tavolo per condividere pane, vino e prosciutto: un momento sublime! come ebbe modo di ripetere più volte a una sempre più assonnata Candide. La cena che seguì fu pantagruelica e festosa, talmente festosa che Cacambo s’improvvisò direttore d’orchestra, riuscendo nella ragguardevole impresa di far stare zitta una moltitudine di persone per intonare complesse melodie polifoniche dell’antica Colchide.
I due si misero in viaggio nottetempo: tra un canto e un sonno, dimenticarono le consegne del Marchese e abbracciarono l’Eterodossia, complice la pozione chiamata Banyuls, Vinyer de la Ruca.
 
Di seguito, i passaggi del loro diario di viaggio dedicati ai calici di cui sopra.
 
Fleury. Gli Champagnes della Maison Fleury sono sempre molti e vari. Madame Morgane ci entusiasma con un Notes Blanches 100% Pinot blanc: d’altra parte, siamo nell’Aube.
 
 
Léclapart. Gli Champagnes (L’apôtre e L’alchimiste) sono pura energia biodinamica.
 
 
Massa Vecchia (alta Maremma) e Don Chisciotte (Azienda Zampaglione, Calitri). Due aziende del vino italiano che negli ultimi anni hanno cambiato gestione, rimanendo sempre nell’ambito familiare. I vini toscani ci sono sembrati ormai personali nella nuova interpretazione di Francesca Sfondrini, in particolare il Bianco 2011. Le nuove annate di Fiano Don Chisciotte 2010 e 2011 dell’Azienda Zampaglione sono ancora da registrare, ma senz’altro sulla buona strada.  
 
 
Nicolas Joly. Incontrarlo fa sempre un certo effetto e procura titubanze reverenziali, ma quando bevi i suoi Chenin, beh: sei a un passo dal godimento.
 
 
Domaine de Juchepie. Questa coppia di vignerons (lei francese, lui belga) sono simpatici a pelle. Ci accolgono con calore, amicizia e una nutrita schiera di vini, tutti da Chenin, quattro secchi e due moelleux (i nostri muffati) molto personali e piacevoli, sia al naso che alla bocca: che bella scoperta!
 
Domaine du Coulet. I vini del piccolo orso di Mathieu Barret sono un concentrato di contrasti. Arrivi pensando all’eleganza del Cornas (Syrah) e ti ritrovi a fare i conti con vini carnali, potenti e allo stesso tempo freschi e minerali. Che grande stoffa questo piccolo orso!
 
 
Domaine de Rapatel. Il vigneron Gérard Eyraud dice: “Rapatel è ciò che sono io, ciò che mi piace fare e ciò che voglio bere”. Ecco: noi, di Le petit journal de Rapatel 2009 vin de presse (vino di torchio), ottenuto da otto vitigni rossi, vorremmo berne sempre..
 
 
Gilles e Catherine Vergé. Marito e moglie lavorano vecchie vigne di Chardonnay, alcune delle quali centenarie, nel Mâconnaise (Borgogna) da cui traggono vini profondi e molto complessi: il tempo non è certo loro nemico, come dimostrano le annate (2004, 2005 e 2009) che abbiamo bevuto, ciascuna da una diversa parcella. Un discorso a parte merita il frizzante La boule à zéro, sapido e animale che si ha fretta di consumare. I vini dei Vergé sono senza solfiti aggiunti dalla caduta del muro di Berlino (1989) e Catherine è presidente dell’associazione dei Vins S.A.I.N.S.: con questa storia, non poteva essere altrimenti.
 
 
Ci imbarchiamo di nuovo per le isole. Pantelleria, da Ferrandes, per un passito talmente memorabile che ci asteniamo dallo scrivere corbellerie e non scriviamo niente. Oltrepassate le Colonne d’Ercole, arriviamo a Madeira da Borges, vini da pirati e avventurieri che hanno avuto molto successo sin dai secoli passati. Oggi noi li assaporiamo pensando a George Washington e allo scozzese William Reed, illustri bevitori di Madeira.
 
 
 
Più forte il desiderio di casa, maggiori le insidie per arrivarci e così fu anche per gli ormai Eterodossi Candide e Cacambo (la o è accentata), che per arrivare a quella che ormai sentivano patria dovettero destreggiarsi fra mille calamità moderne, tipo la Municipale e la ricerca di un parcheggio. Arrivarono infine al villaggio chiamato ViViT e si abbandonarono con gioia all’amicizia e al vino, ormai dimentichi di appunti, missione e Marchese.
 
 
Cacambo imparò una cosa fondamentale della fotografia: MAI mettersi davanti all’obiettivo se non sei il soggetto prescelto, soprattutto se il fotografo è dotato di carattere balzano; Candide, dal canto suo, rimase ferma nella convinzione che avesse ragione Joyce (ognuno ha i suoi gusti, come disse Morris quando baciò la vacca) e imparò a tenere in mano il bicchiere, ma solo dopo averne rotti parecchi. Entrambi vorrebbero vedere questi villaggi riuniti insieme, perché sono convinti che abbia ragione Sciascia, “ché a vederle, le cose si semplificano: e noi abbiamo invece bisogno di complicarle, di farne complicate analisi, di trovarne complicate cause, ragioni, giustificazioni. Ed ecco che a vederle non ne hanno più; e a soffrirle, ancora di meno” (Leonardo Sciascia, Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia).
Queste le ultime note dal diario dei nostri prodi.
 
 
Sulla tolda della stessa nave, due capitani. Il capitano di brigata Bocca ci accoglie con la bottiglia già in mano, perché conosce il nostro ex-voto al Santo Fereolo 2003, Dolcetto di Dogliani dall’anima fragile ed estroversa.
 
 
Achab Guccione ci serve la sua ultima Moby Dick, vini dal forte carattere, raggianti e travagliati come la terra e l’uomo che li hanno prodotti: due bianchi - uno da uve Trebbiano, l’altro da uve Catarratto – la tavolozza di Van Gogh dimenticata in mezzo al blu di Miró – e un rosso, il Perricone: tarantiniano.
 
 
Podere Santa Felicita. Nel Casentino troviamo un inaspettato quanto esile ed elegante Pinot nero Cuna che non ha nulla a che fare con l’idea classica di Toscana, come pure il Sempremai da uve abrostine, un antico vitigno fortemente tannico.
La Distesa. Corrado Dottori, vignaiolo e non solo nel comune di Cupramontana, terra di grandi Verdicchi. Tra le tante gemme preziose la nostra preferenza va al Nur, vino che non nasconde la sua anima complessa e rimane bevibile ed accattivante.  
 
 
Podere Pradarolo. Lunghe macerazioni, per questi vini dall’anima e dal sapore gastronomico. Il Metodo Classico Vej, da Malvasia di Candia è la sposa perfetta per i grandi salumi emiliani.
 
 
Čotar. Carso: duro, aspro, conteso. Branko e Vasja, padre e figlio, coltivano da sempre vitigni tipici della zona, Vitovska, Malvazija e Terrano. Vini unici e carismatici.
 
 
Velier. Al tavolo di Velier incontriamo Fabio e Sophie, amici di vecchia data verso i quali va la nostra stima: a loro chiediamo di stupirci, ormai siamo al termine del viaggio. Detto, fatto: ci troviamo nel bicchiere il Fendant 2007 del Domaine de Beudon, vino svizzero minerale e persistente; infine, il KO con lo Chateau Musar White 2004: monumentale.
 
 
Terminiamo la missione (con definitiva pernacchia al Marchese) incontrando gli artigiani georgiani, la cui vinificazione tradizionale in qvevri è stata riconosciuta patrimonio intangibile dell’umanità. Qui il vino è sacro, vinificare è una religione e bere un rito: niente di sacrilego, perciò, nel definire spirituali questi vini.
 
 
 
La storia di Candide fotografo e Cacambo scrittore (la o è accentata) si chiude così: accolti fra i cavalieri del vino in un tripudio di brindisi e bottiglie, ripudiarono defintivamente l’ortodossia che, a onor del vero, non avevano mai trovato simpatica.
Quanto al Marchese, le cronache riportano che consumò i suoi giorni in un’eterna sete, maledicendo i punti spesa e le carte fedeltà del supermercato. Non bevve mai nulla di buono e questa, più di tutto, fu la ragione che resa insipida la sua vita.
 
 
 
...ed anche questo viaggio er/noico è terminato. Se le foto vi paiono disarmanti e affascinanti è perchè le ha scattate Guendalina Mantovani; nella gallery ne trovate altre con molte delle bottiglie a cui ci si è aggrappati per giungere fin qui.

    


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