A Faenza Tutti Pazzi in Città 2014


Mille campanili, piazze, profumi, dialetti, volti e gesti, questa è l’Italia, il fascino delle sue notti e dei suoi paesaggi. Per troppo tempo ce ne siamo dimenticati, persino vergognati, perché profumava di provincia e un pizzico di miseria. La modernità doveva essere veloce, smart, pop, profumare di successo e rompere con il passato. Il racconto del villaggio, della tradizione e del paesaggio relegato ad un mondo nazionalpopolare, di basso livello.

 

Ecco Tutti pazzi in Città, alla sua seconda edizione, parte da qui e travolge felicemente tutte queste certezze.

L’idea è semplice e efficace, portare in una delle tante piazze salotto italiane il meglio della cucina popolare dei vari territori, dal nord al sud, senza orpelli o lezioncine, solo mettere a disposizione dei molti che vogliono provarle questa ricchezza di aromi e sapori. Una piazza chiusa al centro di Faenza, davanti ad un vecchio teatro, un allestimento che profuma di recupero e di vecchie feste di paese, fuochi e griglie, tavolini di legno e vecchie sedie che ballano come una volta.

 

Una sagra, almeno quello che dovrebbero essere le sagre in Italia, ma che non sono: al posto delle salamelle e delle sinistre pasta e fagioli, il meglio delle trattorie italiane, le carni più pregiate figlie di una filiera vera e solida, molto prodotto e sapore. I vigni dell’Emilia Romagna fanno da contrappunto, alto e basso, mischiati in una miscela esplosiva.

Quanto è lontano il mondo fanatico del food, quello che ha la mania di spiegare ogni cosa, quello del niente panna sul gelato o delle cotture a bassa teperatura per ogni cosa. Il cibo riprende nelle notti magiche di Faenza il suo ruolo nella trama del campanile italiano, quello di festa popolare, disponibile per tutti, senza esitazioni. Il gourmet più fine affianco alla cool hunter in sneaker e broncio, famigliole di ritorno dalla spiaggia spalla a spalla con raffinati maniaci del vino, una festa italiana.

 

Per quattro giorni solida cucina italiana, profumi e sapori ma declinati in gran classe. La romanità di Armando al Pantheon, insieme alle meraviglie di adriatico della Capanna di Eraclio. I profumi di majella dall’Abruzzo della Locanda manthonè con il Sud riletto da Marianna Vitale, la talentuasa giovane chef campana. La solida tradizione di Appennino del gambero rosso, che pare chiuda a breve e dio non voglia, affianco alla solida cucina basilisca della Locandiera. Poi la tradizione dei ristoranti faentini e la solidità di una grande brace che sfornava a getto continuo meraviglie di carne di filiera certificata.

Insomma una festa, perché alle volte è bello ricordare che la cucina in Italia dovrebbe essere gioia e ricchezza, troppo spesso ce ne scordiamo, da Faenza iniziamo seriamente a ricordarcelo.


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